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29
agosto – Landmannalaugar (Partenza)
Il
gruppo trekking Dimensione Avventura e’ euforico per la partenza
che e’ fissata per le 10 o giù di lì….. abbiamo quindi il tempo di
tuffarci nella fantastica pozza d'acqua calda che si trova accanto al
campeggio di LANDMANNALAUGAR, fare una bella doccia, visto
che chissà quando ce ne recapiterà l'occasione, e mangiare qualcosa.
Diamo un'ultima sistemata agli zaini, ingrassiamo le scarpe e siamo
pronti per l'inevitabile foto di gruppo tra le grida di saluto e
incoraggiamento dei nostri compagni di viaggio.
Il tempo sembra buono, solo qualche nuvola qua e là che non basta a
scalfire il nostro entusiasmo da giovani marmotte. Partiamo in fila
indiana, tutti dietro Marco "la Voce della Natura", equipaggiati più
come un gruppo di escursionisti della domenica che come trekkers
professionisti che si apprestano a compiere un percorso classificato
dalla Lonely Planet come uno dei tre più belli al mondo.
La
tappa di oggi è tutta in salita. Incoraggiati dal sole e dal paesaggio
che si rivela spettacolare fin dai primi minuti di cammino, percorriamo
abbastanza velocemente il primo tratto del sentiero che si inerpica su
per le colline alle spalle del campeggio. Una volta arrivati abbastanza
in alto facciamo una piccola sosta, per riprendere un po' di fiato e
calorie. Dagli zaini spunta fori cioccolata in tutte le sue forme
possibili, mentre inizia a cadere qualche goccia di pioggia. Il tempo di
indossare giacche e pantaloni antivento, però, basta a far tornare il
sereno. La marcia riprende lungo un sentiero che si fa ad ogni passo più
bello. Attorno a noi, montagne di ogni forma e consistenza ci offrono un
campionario di colori indescrivibile; c'è almeno un esemplare di tutti
gli elementi presenti in natura: sembrano le prove generali della
creazione!
Colline gialle dai fianchi morbidi come dune del deserto, montagne dalle
pareti colorate di un verde acceso o di un rosso mai visto prima (Marco
ci spiega che si tratta di minerali, rispettivamente rame e ferro, che
il magma ha portato in superficie), distese nere di lava ruvida e
increspata e, in lontananza, il bianco ormai familiare del ghiacciaio.
Le nostre macchine fotografiche continuano a scattare, come impazzite,
mentre ci arrampichiamo senza fatica lungo il sentiero.
Pranziamo sotto un sole fantastico, in una piccola valle attraversata da
un fiumicciatolo di acqua sulfurea. Attorno a noi la roccia è
completamente ricoperta da un muschio morbidissimo di un verde
incredibilmente brillante e qua e là si apre per lasciar zampillare
fuori getti di vapore o di acqua calda. Riprendiamo il cammino
lasciandoci alle spalle una serie di laghetti bollenti di uno
straordinario colore tra il celeste e il grigio, che spiccano come
pietre preziose nel verde circostante. Ora la salita si fa più dura, o
forse sono i chilometri che cominciamo ad accumularsi sulle spalle
insieme al peso degli zaini. Ma l'Islanda ci premia ancora una volta con
un altro scenario da favola. Appena "scavallata" la collina, davanti ai
nostri occhi un immenso deserto di ossidiana luccica sotto questo sole
ostinato. Le pietre, di ogni forma e dimensione, brillano come gemme
intagliate da una mano sapiente e misteriosa.
Ci
lanciamo nella raccolta di souvenir, mentre la Voce della Natura ci
raccomanda di non esagerare. E in effetti, una volta sollevati da terra
e allontanati da quel contesto stregato, i piccoli pezzi di ossidiana
perdono buona parte del loro fascino. Al rifugio di SODULL
mancano ormai pochi chilometri e li percorriamo senza difficoltà. Si
trova a 1.110 metri di altitudine, proprio alle pendici di un ghiacciaio
e anche qui c'è un panorama che non si vede tutti i giorni. Facciamo un
po' di stretching tutti insieme e poi montiamo le tende all'interno di
muretti a secco a forma di ferro di cavallo che serviranno a ripararle
dal vento.
Nel
giro di una mezz'oretta siamo di nuovo in marcia, diretti a
JOKULHAUS, un punto in cui il ghiacciaio, sciogliendosi, forma
una serie di grotte. Per arrivarci dobbiamo anche passare su di un
enorme lingua di ghiaccio. Marco va avanti, per saggiarne la
consistenza. Dietro di lui, in rigorosa fila indiana, tutti noi stiamo
attenti a mettere i piedi sulle sue orme. All'arrivo una sorpresa: il
resto del gruppo, con furgoni e fuoristrada, ci ha preceduti di poco. Ci
godiamo tutti insieme questo spettacolo mozzafiato. Un'enorme caverna di
ghiaccio il cui soffitto è stato scavato da misteriose forze della
natura come un panetto di burro, fino a creare un cunicolo alla cui
estremità spicca l'azzurro intenso del cielo. All'uscita della grotta
l'acqua, scorrendo dalla sommità del ghiacciaio, crea una piccola
cascata all'interno della quale, grazie ai raggi di questo sole così
poco islandese (ma molto sardo….), si vede l'arcobaleno.
Per
noi è tempo di tornare al campo. Sul grande tavolo di legno posto
davanti al rifugio iniziamo la preparazione della cena. È un trionfo di
zuppe, minestrine e risotti liofilizzati. Non avrei mai creduto che
questa roba un giorno mi sarebbe sembrata così gustosa. È una bella
serata, ma dopo cena si alza un venticello freddo che smorza un po' la
nostra voglia di chiacchierare. È ora di andare in tenda: domani ci
aspettano altri 18 chilometri!
30
agosto – Rifugio SODULL
"Sveglia bimbi! C'è il sole!". Alle otto spaccate, come ci aveva
promesso, la Voce della Natura interrompe una fenomenale notte di sonno.
In effetti anche oggi è una bella giornata, magari non come quella di
ieri ma, considerato dove siamo, proprio non ci possiamo lamentare.
Facciamo colazione con calma, smontiamo le tende e ci rimettiamo in
cammino. Oggi il sentiero dovrebbe essere quasi tutto in piano, se non
in leggera discesa. Possiamo vederlo anche da qui, con i paletti rossi e
gialli che spiccano sul nero della sabbia, inseguendosi a intervalli
regolari, e scompaiono poi in fondo alla valle.
I
fianchi della montagna sono attraversati da solchi profondi che scendono
verso valle ripartendosi in mille canali simili a torrenti inariditi.
Visti da qui, creano un bellissimo effetto e conferiscono al paesaggio
un'aria morbida e rilassante. Ma quando ci tocca attraversarli,
scendendo in profondità e risalendo dall'altra parte con i piedi che
scivolano e affondano in questa sabbia nera il nostro entusiasmo si
attenua. In questo tratto raggiungiamo anche una giovane turista
canadese partita stamattina presto dal nostro stesso rifugio. Viaggia da
sola, trascinandosi sulle spalle uno zaino gigantesco, il minimo
indispensabile - ci dice - per un viaggio lungo come il suo. La
salutiamo e proseguiamo il cammino.
Arrivati alle pendici del monte HARSKERDINGUR, con i suoi
1281 mt è tra le cime più alte della zona, ci fermiamo per uno spuntino.
Ma non facciamo a tempo a posare gli zaini che Marco proclama la scalata
alla vetta con i pochi volenterosi che vorranno seguirlo. Ci
arrampichiamo in 6, come formiche, su una parete che a me sembra
praticamente verticale. Dalla cima, una vista spettacolare sulla strada
che abbiamo appena percorso e su quella che ancora ci aspetta!
Discendiamo la montagna su un altro fronte, completamente coperto di
ghiaccio. Da questo lato la pendenza è meno decisa, per cui ci
divertiamo a lasciarci scivolare simulando una discesa libera senza sci
!
Il
gruppo, ricompattato, riprende la marcia, incoraggiato dalla visione del
traguardo intermedio della giornata: il lago dove dovrebbero aspettarci
i fuoristrada nel pomeriggio. Si trova nella cosiddetta "valle delle
fate" e, man mano che la nebbia davanti a noi si dirada, capiamo
facilmente le ragioni di questo nome. Arrivati al punto panoramico dove
consumeremo il pranzo, il lago riposa davanti ai nostri occhi nella
tranquilla immobilità di un acquerello. Lo circondano montagne scure, su
cui il muschio sembra scivolare in una serie di lingue sottili che
scendono verso valle, come se qualcuno vi avesse versato su enormi
barattoli di vernice verde brillante.
Dopo
pranzo ci aspetta un primo, piccolo guado. Marco studia dall'alto la
situazione e individua il punto in cui il fiume sembra più facilmente
attraversabile. Una volta arrivati sul posto, però, la situazione si
rivela più complicata del previsto e, dietro l'esempio della nostra
infallibile Guida, posizioniamo alcuni grossi massi nel fiume, più o
meno in fila indiana, allo scopo di poterlo guadare più facilmente.
L'operazione riesce e ne beneficia anche la turista canadese che nel
frattempo ci ha raggiunti.
Ormai è quasi fatta. Percorriamo gli ultimi metri che ci separano dai
fuoristradisti tenendoci tutti per mano e, quando arriviamo abbastanza
vicini, iniziamo a correre e a gridare a squarciagola simulando una
carica. Loro fanno lo stesso venendoci incontro: sembra una scena di
"Brave Heart", solo che, per fortuna, si conclude senza spargimenti di
sangue, ma con abbracci, strette di mano e pacche sulle spalle.
Abbiamo poco tempo per riposarci e raccontarci le rispettive giornate.
Massimo e Maurizio, i Capigruppo del viaggio, ci accompagnano in furgone
per un quarto d'ora di strada e poi ci abbandonano nuovamente sul ciglio
del sentiero. Al rifugio di BOTNAR mancano altri 8 Km di
deserto nero. Li percorriamo in silenzio, a piccoli gruppi, con Marco
davanti a fare strada. Siamo quasi arrivati quando, sulla cima di una
duna alla nostra sinistra, vediamo un piccolo quadrupede che scappa,
spaventato dalla nostra presenza. È una volpe artica, come ci spiegherà
poi la Voce della Natura, attirata in questa zona dalla presenza del
rifugio e dei relativi avanzi di cibarie degli escursionisti.
La
ranger che ci accoglie è molto simpatica e ospitale. Mentre facciamo
stretching e montiamo le tende inizia a cadere qualche goccia di
pioggia. Non abbastanza, però, da farci rinunciare all'idea di cucinare
tutti insieme sul grande tavolo all'aperto.
Dopo
cena, mentre scende piano piano la notte e, con lei, un'umidità da
tagliare a fette, Marco - tra un caffè, un tè, una tisana e qualsiasi
altra bevanda calda che riusciamo a tirare fuori dalle nostre provviste
- ci tiene svegli e allegri con alcuni esilaranti racconti di sue
precedenti esperienze di viaggio, facendoci già sognare le prossime
mete. Ma per il momento la prossima meta è la tenda! Buona notte!
31
agosto – Porsmork (Arrivo)
Al
risveglio il campeggio è immerso in un banco di nebbia: ci muoviamo
quasi a tentoni per raggiungere il tavolo della colazione! A poco a
poco, però, mentre il fornelletto scalda l'acqua per il caffè, la
visibilità va aumentando e, al momento della partenza dal rifugio, si
può quasi dire che il tempo sia bello!
La tappa di oggi non dovrebbe presentare grossi problemi. 16 km circa,
tutti tendenzialmente in piano, con un'unica, inquietante incognita: un
guado piuttosto impegnativo a cui Marco ci sta preparando
psicologicamente fin dalla partenza. Le nostre gambe, ormai abituate ai
ritmi sostenuti di questi giorni, si mettono al lavoro senza protestare.
Dopo
un tratto di saliscendi dobbiamo attraversare un fiume che scorre tra
due alte pareti di roccia basaltica. L'acqua di scioglimento del
ghiacciaio si incanala in un canyon abbastanza profondo che attraversa
tutta la valle, offrendo ai nostri occhi uno spettacolo ancora nuovo.
Per fortuna c'è un ponte, ma per raggiungerlo dobbiamo calarci lungo una
discesa sabbiosa abbastanza ripida, aiutandoci con una fune.
Continuiamo a costeggiare il canyon che, in qualche punto, arriva a
profondità di tutto rispetto. A renderlo ancora più spettacolare, le
colonne di basalto che si allineano lungo le sue pareti, solenni e
regolari come canne di un enorme organo.
Mentre il cielo comincia a coprirsi lentamente, diamo fondo alle scorte
alimentari per l'ultimo pranzo da trekkers. Davanti a noi, parzialmente
coperta dalle nuvole, domina il paesaggio una grande montagna dalle cime
aguzze e irregolari. Il suo aspetto ha qualcosa di misterioso e
diabolico e la nebbia, che ogni tanto l'avvolge, le conferisce un'aria
ancora più tetra.
Ma
ormai le nostre energie sono tutte concentrate sul guado che si avvicina
inesorabilmente. Prima, però, ci aspetta un'ultima salita per
raggiungere la vetta della collina dalla quale Marco, scrutando il
fiume, individuerà il punto ideale per l'attraversamento. Visto da qui
non sembra poi così difficile. L'acqua, infatti, non scorre in un unico
alveo, ma si ripartisce in tanti piccoli rivoli, apparentemente poco
profondi. In realtà poi, arrivati sull'argine, ci accorgiamo che forse è
il caso di ridimensionare un attimo gli entusiasmi.
Ci sparpagliamo nella zona per fare la pipì, secondo le indicazione
della Guida: pare, infatti, che l'acqua gelata aumenti mostruosamente lo
stimolo, per cui è consigliabile farla qui per evitare di trovarsi in
situazioni imbarazzanti nel bel mezzo del guado!
Marco attraversa per primo. Si leva scarpe e pantaloni, inforca le
ciabatte e, con lo zaino sulle spalle ed in mano gli inseparabili
bastoni da trekking, affronta la potenza del fiume.
Procede lentamente, appoggiando i piedi con estrema cautela. Nel punto
più alto l'acqua gli arriva alle cosce il che, considerato quant'è alto,
vuol dire che per noi è il caso di tirare fuori le mutande di ricambio!
Per secondo passa Gianni, che ci rimette una ciabatta, travolta
dall'impeto delle acque. Poi, uno alla volta, in mutande, giacca a vento
e zaino in spalla, passiamo tutti, ognuno col suo stile, magari non
sempre impeccabile, ma evidentemente efficace, visto che non consegniamo
vittime al fiume.
L'acqua è effettivamente gelida, ma siamo così concentrati a seguire le
istruzioni di Marco, che dall'altra sponda regge il capo della fune di
sicurezza con cui siamo imbracati, che in quei momenti non ci si fa
neanche tanto caso.
Il
tempo di asciugarsi e rivestirsi in fretta e siamo di nuovo in cammino
per percorrere l'ultimo tratto di strada. Il paesaggio cambia ancora una
volta e, mentre inizia a cadere una pioggerellina sottile e fastidiosa,
noi scavalchiamo una collina dopo l'altra attraversando questo inedito
bosco di betulle nane (i primi alberi che vediamo in Islanda!).
Ai
bordi del sentiero, un impressionante numero di funghi porcini dalle
dimensioni mai viste prima attirano subito la nostra attenzione.
Iniziamo a raccoglierli come fossero rarità, ma dopo un po' di metri,
riempita la grande busta che al povero Gianni tocca trascinarsi dietro,
ci accorgiamo che qui praticamente sono presenti come le margherite nei
nostri prati e ci concentriamo di nuovo sulla strada per la volata
finale.
Nella nebbia che ci avvolge completamente arriviamo, esausti e bagnati,
al rifugio di VALAHNUKUR. Ci fermiamo qualche minuto per
riprendere fiato. All'interno della piccola struttura in legno, quattro
ragazzi chiacchierano seduti in poltrona davanti ad una pentola fumante…
dopo una giornata come la nostra questo posto mi sembra incredibilmente
familiare ed accogliente.
Siamo praticamente arrivati, in lontananza si intravedono i furgoni che
ci aspettano qualche centinaio di metri più in là. Sul ponte, Barbara e
Chiara fanno da esca involontaria per la trappola che Spartaco (leggi
Maurizio) e i suoi perfidi scagnozzi (leggi Massimo e Luca) hanno
preparato per noi. Nascosti dietro le rocce, anticipano il nostro
passaggio con una piccola, scherzosa frana di benvenuto! Siamo troppo
esausti per accorgercene… altri pochi passi e saliamo a bordo dei
furgoni, diretti al campeggio di BASAR dove ci aspetta il resto del
gruppo.
Siamo stanchi, ma di una stanchezza bella, di cui essere, tutto sommato,
orgogliosissimi !!!
Grazie Islanda,
grazie Marco, nostra insostituibile Voce della Natura e grazie
Dimensione Avventura ....nessuno
di noi dimenticherà facilmente questi giorni!
Per qualsiasi richiesta di informazione, il contatto è :
info@dimensioneavventura.org
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